26/07/2023 Nel 2017 una donna decise di fare ricorso alla fecondazione assistita e congelò un ovulo fecondato dal coniuge, da impiantare dopo un percorso clinico cui doveva sottoporsi.
Dopo essersi separata, però, nel 2020, la donna richiese comunque alla clinica l'impianto dell'embrione fecondato tre anni prima.
L'uomo, quindi, avrebbe avuto un figlio dall'ex-moglie, con la quale non coltivava più il progetto di una vita insieme e di diventare genitori. Lui e la clinica si sono opposti, e il tribunale ha rinviato la questione alla Corte Costituzionale.
Lunedì la Consulta ha deliberato in merito, ed ha ritenuto infondata la questione di legittimità sollevata dal tribunale di Roma; l'embrione può essere impiantato anche contro la volontà del padre.
Una sentenza abbastanza controversa, che da un lato tutela i diritti e l'autodeterminazione della donna, dall'altro nelle motivazioni parla esplicitamente di "dignità dell'embrione crioconservato" (che "ha in sé il principio della vita") e del fatto che la fecondazione assistita "mira a favorire la vita".
Personalmente, le parti citate mi fanno accapponare la pelle. Mi sembrano uscite da una predica in Chiesa o da un comizio Provita. Per me, "vita" è tutt'altra cosa, e un embrione non ancora impiantato non lo considero tale.
Poi i giudici considerano burocrazie come il "consenso informato" firmato dagli uomini prima della fecondazione, che loro ergono a una assunzione di responsabilità perenne e indissolubile. Hanno inoltre preso a riferimento le linee guida diffuse dal ministero della Salute nel 2015 sulla fecondazione assistita nelle quali si dice che la donna "ha sempre il diritto ad ottenere il trasferimento degli embrioni crioconservati".
Considerazioni etiche a parte, credo che per fare i figli in questo modo serva la volontà di entrambi e obbligare un uomo a diventare padre anche dopo la fine di una relazione sia moralmente meschino e ingiusto. |