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30/05/2022
Entro l'estate potrebbe uscire dai cassetti parlamentari il progetto di legge sull'autonomia differenziata; a minacciarlo è la Ministra per gli affari regionali Mariastella Gelmini, con in sottofondo il giubilo dei Presidenti di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.
Le materie che passerebbero sotto la legislazione delle regioni sarebbero sette: politiche attive del lavoro, integrazione tra politiche attive e politiche passive, organizzazione delle fondazioni ITS, sistema integrato di istruzione professionale e di istruzione e formazione professionale (nella prima stesura erano 23).

Ma che siano 7 o 23 non fa molta differenza: l'impalcatura stesso alla base dell'autonomia è antidemocratica e si scontra con l'impianto delle istituzioni.
Mi spiego: senza autonomia, a legiferare è un Parlamento più o meno rappresentativo delle diverse anime politiche del paese, ma con l'autonomia e l'attribuzione alle Regioni, questo potere passa ad un'assemblea maggioritaria in cui vige il sistema presidenziale.

Quella dell'autonomia regionale può essere un'idea esotica e affascinante, ma rischia di scardinare l'intero sistema parlamentare in cui i costituenti hanno bilanciato un insieme di pesi, contrappesi e regolamenti; un insieme di guarentigie che verrebbe a cadere, con il potere legislativo affidato alle regioni.

Per questo non può esistere un'autonomia "buona" o "cattiva" (come vorrebbero farci credere dal PD, che ha presentato una proposta vagamente diversa da quella leghista), ma se davvero si vuole ampliare il potere di legiferare degli enti locali, occorre prima di tutto ridefinire tutele, garanzie e limiti degli organi, delle opposizioni e dei poteri dello Stato. Anche - perché no - potenziando lo strumento dei referendum locali.

Enea Melandri

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